Martedì, 21 Giugno 2011 07:29

Allattare nella terra di Gengis Khan

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Oggi abbiamo tradotto per voi uno straordinario articolo tratto da in culture parent adattissimo a questo mese dedicato ad allattare oltre. E’ l’esperienza di Ruth, una mamma canadese che si trasferisce in Mongolia e scopre una cultura deve l’allattamento è celebrato come in nessun altro posto, tanto che anche gli adulti sono ghiotti di latte di mamma… gustatevi la sua testimonianza!

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In Mongolia esiste un detto, citato molto di frequente, che dice che i migliori atleti di lotta libera sono stati allattati almeno fino a sei anni, una cosa non da poco in un Paese dove la lotta libera è lo sport nazionale...

Io mi trasferii in Mongolia quando il mio primo bambino aveva quattro mesi, e vissi là finché aveva tre anni.

Crescere mio figlio, nei primi anni della sua vita, in un luogo dove i comportamenti sono drammaticamente diversi dagli usi prevalenti del Nord America mi aprì gli occhi ad una visione completamente diversa di come potrebbero essere considerate molte cose.
I Mongoli non solo allattano molto a lungo, lo fanno con più entusiasmo e meno inibizione di chiunque altro abbia incontrato nella mia vita. In Mongolia, il latte di mamma non è solo per i bambini, non è solo nutrizione, e, soprattutto, non è una cosa da fare in modo discreto. Per i Mongoli il latte di mamma è ciò di cui era fatto Gengis Khan (ndt: il conquistatore mongolo che diede vita, anche se per breve tempo, al più vasto impero terrestre della storia umana).

Come molte mamme al primo figlio, non mi ero mai data molto pensiero sull’allattamento prima che nascesse il mio bambino. Ma mio figlio Calum, pochi minuti dopo essere sgusciato fuori da me, si attaccò al mio seno e per i successivi quattro anni sembrò sempre molto determinato a non mollare. Fui fortunata perché allattare per me fu una cosa semplice: mai un ingorgo o una ragade. Mentalmente, le cose erano un po’ diverse. Per quanto amassi il mio bambino e il legame che l’allattamento ci dava, a volte ne ero sopraffatta. Ero impreparata alla magnitudine del mio amore per lui e all'intensità del suo bisogno di me e solo di me, per il mio latte. "Non lasciare che ti prenda per un ciuccio umano" mi aveva premunito un'infermiera canadese pochi giorni dopo la nascita di Calum, che ciucciava ogni ora. Io accorrevo ad ogni suo richiamo: colichette, pipì, popò, troppi stimoli, pochi stimoli… e la maggior parte delle volte finivo con il dargli il seno. Mi chiedevo se stavo facendo la cosa giusta.

Poi mi trasferii dal Canada alla Mongolia dove mio marito stava conducendo delle ricerche sulla natura selvaggia.
Lì i bambini sono tenuti avviluppati in spessi strati di coperte, sembrano quei pacchetti postali che vuoi assicurarti che non possano rompersi quando li spedisci. Quando un pacchettino mormora, un capezzolo arriva e gli riempie la bocca. I bambini non vengono cambiati spesso, né c’è l’abitudine del ruttino, non ci sono manine disponibili nelle quali infilare un sonaglio, e di sicuro non esistono gli esercizi da fasciatoio per irrobustire la schiena così in voga in nord america. I neonati rimangono avviluppati per almeno 3 mesi e ogni volta che emettono un suono, vengono allattati.

Era molto interessante. A 3 mesi i bambini canadesi cominciano già ad essere introdotti ad attività di socializzazione, o addirittura al nuoto. Alcuni cominciano a imparare ad auto consolarsi. Ero convinta che il pianto dei neonati potesse avere molte ragioni e che il mio ruolo fosse indovinare quale fosse la ragione di turno e provvedere ad una soluzione appropriata. Ma in Mongolia, anche se i bambini possono piangere per ragioni diverse, c’e’ sempre e solo una soluzione: il seno.
Così mi adeguai.

Tette al lavoro in ogni dove

In Canada un certo misticismo avvolge ancora l’allattamento. Ma in realtà è qualcosa a cui non siamo molto abituati. L’allattamento si fa a casa, in gruppi per neonati, occasionalmente in un caffè, ma è raro vedere allattare in pubblico e di sicuro non abbiamo memoria cosciente dell’essere stati allattati. Questa attività intima tra madre e bebè, è salutata con silenzio e distogliendo cortesemente lo sguardo ed è considerata alla stregua di atteggiamenti di intimità di coppia in pubblico: non un taboo, ma qualcosa che genera un leggero imbarazzo e che viene ignorata per cortesia. E quando quel piccolo, angelico neonato si trasforma in un bimbetto sgambettante che intende far sapere al mondo ciò che vuol fare in modo esplicito (poppare), quello sguardo viene distolto in modo molto più rapido e spesso accigliato.

In Mongolia, invece di relegarmi alla sezione “per sole mamme”, l’allattamento mi poneva al centro della scena. La loro pratica universale di allattamento ovunque e in qualunque momento, e gli spazi ristretti in cui vivono i mongoli, fanno sì che tutti abbiano familiarità con la vista di una tetta al lavoro. Erano molto felici di vedere che facevo le cose alla loro maniera (che era, ovviamente, la maniera giusta).

Quando allattavo al parco, le nonne mi raccontavano delle dozzine di bambini che avevano allattato. Quando allattavo nel sedile del taxi, il tassista mi mostrava il pollice in su nello specchietto retrovisore, come approvazione, assicurandomi che Calum sarebbe diventato un campione di lotta libera. Quando camminavo per il mercato portando in braccio mio figlio, i venditori mi facevano spazio sulle loro panchine dicendo a lui di farsi una poppatina. E invece di distogliere lo sguardo, le persone si avvicinavano a Calum stampandogli un bacio sulla guancia. Se lui si staccava dal seno, in risposta a questa attenzione, lasciando il mio capezzolo grondante esposto al pubblico, nessuno faceva una piega. Nessuno si metteva a fissare e nessuno distoglieva lo sguardo, si facevano solo una risata pulendosi lo spruzzo di latte dal naso.
Da che Calum aveva 4 mesi a che aveva 3 anni, ovunque andassi sentivo dirmi la stessa cosa: “Allattare è la cosa migliore per tuo figlio e la cosa migliore per te”. L’approvazione costante mi faceva sentire che stavo facendo una cosa importante e che importava a tutti, esattamente il tipo di approvazione pubblica di cui ogni madre ha bisogno.


L’arma segreta della mamma pigra

Dal secondo anno di Calum avevo compreso a pieno quanto fosse utile l’allattamento. Nulla mette un bimbo a nanna così velocemente, rigenera dalla noia di un lungo viaggio in auto, o calma un attacco di pianto come un po’ di calda poppa di mamma. E’ il sostegno parentale più utile per una mamma pigra, e a quel punto ero conscia che lo stavo utilizzando a pieno potenziale; ma i Mongoli lo portarono un passo oltre.

Quando arrivò l’inverno, trascorsi molti pomeriggi nello yurt della mia amica Tsetsgee al riparo dal pungente freddo mongolo (ndt lo yurt è una tipica dimora mongola, fatta di canne e legno). Fu illuminante comparare le nostre differenti tecniche genitoriali. Quando capitava una lite per un giocattolo, tra i nostri duenni, la mia prima reazione era quella di ristabilire la pace distraendo Calum con qualche altro giocattolo mentre gli spiegavo il principio della condivisione. Ma era una pratica che richiedeva tempo e che aveva un tasso di successo solo del 50%. Quando non funzionava, e Calum non aveva nessuna intenzione di farsi da parte e la sua frustrazione si avvicinava al punto di non ritorno, me lo prendevo in braccio e gli davo il seno.

Tsetsgee aveva un approccio diverso. Ai primi mormorii di discordia, si tirava su la maglietta e cominciava a far ballonzolare i suoi seni con aria entusiastica dicendo “Vieni piccolo, guarda cos’ha mamma per te!”. Suo figlio alzava lo sguardo: dal gioco, all’areola del seno di sua madre e, invariabilmente, le trotterellava incontro.

Tasso di successo? 100%

Per non essere da meno, adottai la stessa strategia. Eccoci lì: due madri che sballonzolavano le loro tette come due spogliarelliste in competizione per attrarre un cliente. Se i nonni erano nei paraggi, si mettevano in scena anche loro. I poveri bambini non sapevano dove guardare: la sicurezza turgida dei seni delle loro madri o le frittelle appassite delle nonne che mostravano la loro lunga esperienza, o lo strano cumulo di ciccetta che i nonni strizzavano con le mani dal loro petto, invidiando i seni che non c’erano. Per quanto mi sforzi, non riesco a immaginare una scena analoga in uno degli incontri de La Leche League.

Parlare, camminare, poppare… a lungo

Nel mio corso preparto, nella cittadina canadese dove è nato Calum, l’allattamento era stato introdotto con un video che mostrava un’atletica mamma svedese che allattava il suo bambino di circa 2 anni mentre era a sciare. Un brivido percorse il gruppo: “Si ok allattare… è fantastico per i neonati, ma quando i bambini parlano e camminano…” Questo era il commento unanime. Il mio pensiero era un altro, ma non dissi nulla.

Fu il mio turno di rimanere di stucco quando una delle mie amiche mongole mi disse che lei era stata allattata sino a 9 anni. Rimasi così sbalordita e attonita che la considerai una battuta. Considerando che mio figlio aveva ciucciato fino a che aveva 4 anni, ero ora imbarazzata al mio stesso diamantino stupore.
Anche se 9 anni è tanto per l’allattamento anche per gli standard mongoli, non è così fuori dal mondo.

Non era sempre facile disquisire di autosvezzamento con i Mongoli a causa della barriera linguistica, allattare “al termine naturale” era la norma. Non incontrai mai nessuno che allattava in tandem (due bambini di età diverse insieme), e la cosa mi sorprese, ma perché gli intervalli fra una nascita e l’altra sono piuttosto lunghi e la maggior parte dei bambini smette di ciucciare tra 2 e 4 anni.
In uno studio del 2005 dell’Unicef (*), l’82% dei bambini in Mongolia è ancora allattato tra i 12 e i 15 mesi, e il 65% lo è ancora tra i 20 e i 23 mesi. Sembra che l’ultimo figlio continui semplicemente a poppare, ecco dunque che qualcuno arrivava a 9 anni, e se il detto popolare era corretto, per forza la Mongolia è rinomata per i suoi lottatori!

A 3 anni Calum poppava ancora con l’entusiasmo di un neonato, e io mi chiedevo come saremmo arrivati allo svezzamento, ero curiosa di capire cosa portava i bambini mongoli smettere di poppare. Alcune madri mi raccontavano che il figlio aveva semplicemente perso interesse. Altre che la pressione dei coetanei svezzati aveva giocato un ruolo chiave. (Avevo sentito i teeneger mongoli prendersi in giro dicendo “Vuoi il seno della mamma!” nello stesso modo in cui i ragazzi canadesi direbbero “Che pappamolla!”). Sempre più spesso gli impegni lavorativi forzavano la fine dell’allattamento che sarebbe finito in altro modo. I bambini spesso passavano l’estate in campagna mentre le loro madri rimanevano in città a lavorare. E la lunga separazione mandava via il latte.
La mia amica Buana, adesso ventenne, mi raccontò la sua carriera di poppatrice da medaglia d’oro: “io sono cresciuta in uno yurt, in campagna. Mia mamma mi incoraggiava sempre a poppare perché fa bene alla salute. Io pensavo che fosse quello che facevano tutti i bambini di 9 anni. Quando andai a scuola smisi.“ Mi guardò con occhi brillanti e aggiunse “Ma mi piace ancora berlo a volte.”

Passami il latte per favore

Per me togliere il seno al bambino era un evento abbastanza definito. Ho sempre pensato che, ad un certo punto, le poppate si sarebbero diradate sempre più fino a smettere, il latte se ne sarebbe andato. Insomma: bar chiuso.

In Mongolia non succede così. Parlando di allattamento con la mia amica Naara, le chiesi quando sua figlia, che aveva già 6 anni, avesse smesso. “A 4 anni” mi disse “A me dispiaceva, ma lei non voleva più poppare.” Poi Naara mi disse che, proprio la settimana prima, quando sua figlia era tornata da una lunga vacanza in campagna con i nonni, e voleva poppare, Naraa glielo consentì. “Immagino che avesse troppa nostalgia di me” disse  “e fu bello. Certo, non avevo più latte, ma per lei andava bene lo stesso”.

Ma se svezzare significa non bere mai più latte materno, allora i Mongoli non sono mai del tutto svezzati e questo è ciò che più di tutto mi sorprende dell’allattamento in Mongolia. Se i seni di una donna sono ingorgati e il bambino non è in prossimità, lei se ne va semplicemente in giro chiedendo ad altri membri della famiglia, di qualsiasi sesso o età, se vogliono del latte. Spesso una donna si spreme una tazza di latte materno e lo conserva come cosa speciale per il marito, o ne lascia un po’ in frigo per chi ne vuole.

Mentre tutti abbiamo assaggiato il nostro latte, ne abbiamo dato un po’ al nostro partner per assaggiarlo, magari ne abbiamo usato un po’ nel caffè in emergenza (io l’ho fatto!), non credo che nessuno di noi lo abbia mai bevuto spesso. Ma ogni Mongolo a cui io ho chiesto mi ha detto che gli piace il latte materno. Il valore del latte materno è così celebrato, così fortemente intrecciato alla loro cultura, che non è considerato qualcosa solo per i neonati. Il latte materno è comunemente utilizzato come medicina, dato ai vecchi come rimedio per ogni cosa, utilizzato per curare infezioni degli occhi, ma anche per rendere più bianco il bianco degli occhi e più scuro il marrone dell’iride.

Ma più di ogni altra cosa, i Mongoli bevono latte materno perchè a loro piace il sapore. Un’amica occidentale che si tirava il latte in ufficio e lo conservava nel frigorifero dell’azienda fino all’ora di tornare a casa, un giorno trovò il contenitore semi vuoto. Lei rise. “Solo in Mongolia un collega si berrebbe del latte spremuto dal seno!”.

Vivere in una diversa cultura ti spinge a passare al vaglio la tua. Io non so bene come sarebbe stato allattare mio figlio in Canada nei suoi primi anni di vita. Ma la valanga di rinforzi positivi che ho ricevuto in mongolia, e l’accettazione totale e di cuore dei Mongoli sull’allattamento mi ha sorpreso e mi ha dato la libertà di crescere mio figlio in un modo che è sembrato del tutto naturale. Ma al di là delle piccole differenze tra le nostre abitudini di allattamento e le loro, i dettagli di quanto spesso e quanto a lungo, alla fine io ho sentito che c’era un solco più grande nei nostri stili di genitorialità.

In Nord America noi diamo un valore tale all’indipendenza che questo riverbera in ogni cosa che facciamo. Tutti i discorsi sono su cosa mangia tuo figlio e a quante poppate è arrivato. Anche se non sei tra quelle che farebbero queste domande, è difficile sfuggirne l’impatto. E ci sono così tante cose in vendita pensate per fare in modo che tuo figlio possa intrattenersi da solo e aver meno bisogno di te, che il messaggio è chiaro. Ma in Mongolia l’allattamento non ha alcuna equazione con l’indipendenza, e lo svezzamento non è un traguardo. Sanno che i loro figli cresceranno e, in effetti, mediamente, un bambino di 5 anni mongolo è molto più indipendente che un suo coetaneo occidentale, allattato o non allattato. Non c’è nessuna urgenza di svezzare.

Probabilmente la cosa più di valore dell’aver cresciuto mio figlio in Mongolia è stato comprendere che ci sono milioni di modi diversi di fare le cose e che io potevo scegliere uno qualsiasi di questi. Durante la carriera di ciucciatore di mio figlio, ho lottato con temi diversi, e ho scartato molte idee e pratiche, nella mia ricerca del mio personale stile genitoriale. Sono molto felice di aver allattato Calum così tanto e così a lungo, sono stati 4 anni. Penso che l’allattamento è stata la cosa migliore per me e mio figlio e che avrà un impatto duraturo sulla sua personalità e sulla nostra relazione.

E mi aspetto che quando vincerà la medaglia d’oro alle olimpiadi di lotta libera, ringrazi me!

 

Scritto da Ruth Kamnitzer
Ruth Kamnitzer ha vissuto in una dimora tradizionale mongola nella campagna per 3 anni mentre suo marito Steve, conduceva uno studio in natura sul Pallas, il gatto delle steppe, un felino dell’Asia Centrale. Ruth ha un master in conservazione della biodiversità. Ora vive a Bristol (UK) con suo figlio e suo marito.

(*) UNICEF, Monitoring the Situation of Children and Women: Infant and Young Child Feeding (2000-2007).” 2009. http://www.childinfo.org/breastfeeding_countrydata.php

 

traduzione italiana a cura di Barbara Siliquini

Originally published in Mothering Magazine, issue 155, July-August 2009 as well as The Natural Child. e tratto da in culture parent

 

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