Corso preparto: il dolore

Le Cronache di mamma continuano con un'altra lezione del corso preparto, questa volta Monia ci svela perchè non ha mai pensato al dolore del parto a differenza di alcune sue compagne di corso

Alla seconda lezione – continuavo a chiamarle così, anche se l'ostetrica si arrabbiava un po', continuando a definirli incontri – eravamo già distese e rilassate. Il primo passo era fatto, avevamo fatto conoscenza e ci eravamo osservate la pancia le une le altre; quello che non sapevo è che, una volta fatto il primo passo, data la nostra sembianza semisferica, proseguire voleva dire... rotolare a folle velocità verso un punto di arrivo imprecisato.

Una signora cubana dalla pelle color del rhum ci metteva in guardia, a modo suo – come se avessimo potuto difenderci poi!- dai dolori del parto:
“Non state a sentire chi vi dice che non si sente dolore. Io ho fatto il primo figlio sedici anni fa' e ancora mi ricordo. Mi sembrava di dividermi in due, ho urlato...” Per fortuna lì è arrivata la solita provvidenziale ostetrica, per evitare che si scandagliassero maggiormente altri dettagli e soprattutto per  soccorrere una di noi primipare alle soglie dello svenimento. La ragazza in questione aveva fatto il suo ingresso al corso preparto con una parola d'ordine: epidurale! E credo che il racconto della nostra comune amica, seppure interrotto, non avesse altro che rafforzato la sua convinzione:
“Io ho una soglia del dolore bassissima... non ce la posso fare. Voglio l'epidurale subito!”
La immaginavo con la prima contrazione che minacciava l'infermiere di turno per avere immediatamente l'iniezione.
Io, in realtà, ho avuto qualche magagna a cui porre rimedio in gravidanza, ma mai, nemmeno una volta, ho pensato al dolore che avrei provato nel partorire. Beata incoscienza? Ma, non saprei, proprio incosciente non lo ero e soprattutto, difficile far finta di niente quando non hai più bisogno del reggiseno perchè è la pancia che ti fa da balconcino. Alta soglia del dolore? Sì, abbastanza vero, ma non sufficiente. E allora? E allora, non lo so. Fatto sta che ascoltavo racconti su urla di dolore e tessuti che si lacerano, paura di morire e di non essere abbastanza forti, punture, flebo e bisturi ed io, forse per la prima volta in vita mia, SAPEVO che sarei stata in grado. Come lo sapevo? La convinzione e la serenità non dovevano passare attraverso i filtri che superano solitamente: inadeguatezza, insicurezze, complessi. Tutto veniva da dentro, da profondità che non conoscevo ma che iniziavo a riconoscere come mie.

 

di Monia Scarpelli, autrice di “Mani di vaniglia: nascita di una mamma in 40 settimane”

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