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Giovedì, 08 Dicembre 2011 06:00

Il ginecologo in gravidanza

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Monia ci racconta in modo ironico il suo rapporto con il ginecologo, presenza fissa e ingombrante della sua gravidanza, ma anche presenza rassicurante, quasi familiare
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Si aggirano per i corridoi degli ospedali e delle cliniche con uno strano sorriso in faccia o una ruga di disappunto sulla fronte. Hanno mani magre e nervose o, come nel mio caso, grandi e forti (sono quelle che ti fanno tremare al primo pensiero, ma che poi ti tranquillizzano).

Camice bianco, guanti di lattice e diagnosi facile: il ginecologo... vorrei dire questo sconosciuto, ma quale donna può?

Il rapporto s'intensifica e si stringe, nonostante la tua volontà, nel periodo della gravidanza. Il mio disagio, quello tipico di chi preferirebbe l'estrazione di un molare ad una visita ginecologica, non si è attenuato però.

La famosa frase: “si rilassi” non ha mai avuto grande effetto su di me, dal momento che mi trovavo nella consueta e assai esuberante posizione con cui ogni controllo ginecologico ha inizio. Ora, al di là delle gambe per aria e della zona sud del corpo completamente scoperta, vi è mai capitato di dimenticarvi che avevate quella visita medica e avete indossato i gambaletti? Io l'ho fatto e non ne vado fiera... l'ultimo tentativo di mantenere un certo contegno - ossia arrotolarli alla caviglia per renderli visibili il meno possibile, pur non scoprendo i piedi infreddoliti – si è infranto rovinosamente e mi ha obbligato soltanto ad un tete-à-tete non richiesto con la ricrescita post-ceretta sulle mie ginocchia.
Ora, se sommiamo a tutto questo il fatto che durante la gravidanza mi sentivo sexy come un leone di mare – pur avendo fortunatamente un odore profondamente differente! - capite che il massimo che ho potuto ottenere da questa convivenza forzata di nove mesi col mio ginecologo è stato un leggero attenuarsi del senso d'imbarazzo che si è semplicemente trasformato in un'abitudine -  poco piacevole, ma pur sempre un'abitudine - qualcosa a cui, volenti o nolenti, si riesce a sottostare.

Al di là della mia scarsa propensione per i medici ginecologi (che, come ricordava in maniera spiccia il bambino dalla frangia castana di “Un poliziotto alle elementari”, non fanno che “guardare vagine tutto il giorno...) devo ammettere che ho un affetto particolare per il mio, un omone alto e grosso come un pilone della nazionale di rugby, con due occhi vispi e il grande sorriso bonario di un papà, al massimo di uno zio. Il fatto che mi tratti come se avessi 5 anni ha placato le mie ansie in più di un'occasione, anche se l'illusione ha dovuto cedere il passo alla realtà nel momento in cui, a nove giorni dalla data prevista per il parto, l'omone mi ha visitato, mi ha sorriso e ha detto:

“Ci siamo, si va in sala travaglio”

di Monia Scarpelli, autrice di “Mani di vaniglia: nascita di una mamma in 40 settimane

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