“Un minuto per i miei diritti”: questa è la voce che si leva dai bellissimi corti realizzati dai bimbi delle scuole di Cremona, ed è anche il nome del progetto che li ha prodotti, sviluppato dalla Associazione Kine Italia in collaborazione con il CSVOL di Cremona.

 

 


Dal prossimo 7 aprile sarà possibile trovare nelle edicole "La Famiglia che vogliamo", scritto da Jesper Juul per Ed. Apogeo. L'autore è uno dei più famosi terapeuti familiari d'Europa e attraverso il suo progetto internazionale FamilyLab, fondato

Gli Stati Uniti sono il faro del progresso per molti. Il paese dove forse si può ottenere, certo, pagando, probabilmente la migliore assistenza medica possibile… ma il parto e la gravidanza non sono un fatto patologico, e più della tecnologia e della farmacologia è importante il prendersi cura della persona (tema che comunque dovrebbe essere alla base anche delle cure di patologia…).

 

Vogliamo pubblicare questa lettera tra le buone notizie, perchè se anche poggia su una realtà dura, racconta anche di grande solidarietà e amore... sentimenti potenti. Il calore e il rispetto di queste maestre speciali è un'iniezione di amore che siamo convinte lascerà un segno molto più forte su questi bambini di tante "cose strane" che accadono nella loro vita. Uno spunto anche per noi per riflettere su quanto sia importante il non giudizio sulle persone, perchè spesso non siamo in grado di sapere cosa c'è dietro ad una facciata.

 

Valeria Barchiesi, ostetrica romana di grande esperienza, fondatrice dell’Associazione Il Nido di Roma, viene intervistata in video da Barbara Siliquini, Presidente dell’Associazione Parto Naturale.

Valeria da anni assiste le donne in gravidanza e le accompagna in parti domiciliari, lavorando anche in ospedale. Era proprio lei a fianco della bravissima cantante Giorgia, quando quest'ultima dava alla luce il suo primo bimbo a casa, proprio durante l’ultimo Festival di San Remo.

 

Si avvicina la Pasqua fra poco i bimbi saranno a casa da scuola e avranno voglia di essere coinvolti in attività da fare insieme a voi. Che bello.... ma che fatica!

Ecco un'idea facile che si puo' realizzare anche con bimbi piccini piccini. Il capolavoro qui sopra è stato realizzato da un bimbo di 20 mesi.

Ecco le istruzioni.

Per farvi i nostri auguri, abbiamo scelto di raccontarvi questa visione della Pasqua come momento di interpretazione della nostra vita a partire dagli avvenimenti e dalle esperienze più importanti. Ogni giorno, ogni fase, ogni esperienza della nostra vita passa attraverso la purificazione e la preparazione verso la crescita, la crisi e finalmente la rinascita in una dimensione di miglioramento e consapevolezza. Ma per passare attraverso quella crisi occorre fede e fiducia, per non rimanere incastrati a lungo, o per sempre, nel dolore. Affidiamo quindi il nostro augurio di una Pasqua serena e gioiosa a questo scritto di Barbara Siliquini.
***

 


Come viene concepita l’educazione impartita ai propri figli dai genitori italiani o che vivono in Italia? Quali i valori che devono essere assimilati dai ragazzi e quali gli obiettivi dell’educazione? I figli vanno educati innanzitutto al “rispetto degli altri”: ad affermarlo spontaneamente è il 74 % dei genitori e il 60% dei ragazzi (1). I genitori ritengono che i figli debbano maturare anche il rispetto di sé, l’autostima (15%, percentuale che se sollecitata, diventa del 42%), intesa anche come mezzo per il raggiungimento di un traguardo e l’autoaffermazione. Per i genitori stranieri, invece, emergono valori come la libertà o il perseguimento della felicità che, in considerazione dei contesti di provenienza, vengono considerati meno scontati e acquisiti, oppure la cultura nella sua accezione di riscatto sociale, e infine l’importanza della famiglia e della religione. 
I ragazzi, invece, dimostrano una maggiore sensibilità verso valori quali la generosità (media 26%), la curiosità (20%), l’apertura verso il prossimo (20%). 
Questi alcuni dei risultati che emergono dalla ricerca di Save the Children sui sistemi educativi familiari in Italia, realizzata da Ipsos (2), che racchiude alcuni quesiti sui valori, i metodi e le punizioni che regolano il rapporto genitore-figlio nel nostro paese, diffusa oggi.


 


In bilico tra dimensione normativa e affettiva
L’educazione impartita ai figli dai genitori è una combinazione di affetto (37%), dialogo (30%), indi regole (23%), e infine sistemi di punizione (10%). 
“I genitori italiani vivono il proprio ruolo educativo come un continuo equilibrio tra la necessità di stabilire delle regole e porre dei limiti da rispettare, e quella di trasmettere amore e fiducia”, commenta Valerio Neri, Direttore Generale per l’Italia di Save the Children. “Il superamento di tale dialettica tra dimensione normativa e affettiva, secondo molti genitori, è mediato dalla comunicazione e l’ascolto. Ma, accanto a questa posizione di equilibrio, ne esistono due contrapposte: quella di chi teme di compromettere la relazione con il proprio figlio e tende a farlo diventare il dominus della relazione, e quella di chi invece, ancora utilizza la violenza per affermare la propria autorità.” 
Accanto a coloro che sono troppo indulgenti e non riescono a fissare delle regole e farle rispettare, esiste infatti ancora una media del 25% dei genitori italiani utilizza le punizioni corporali, dallo schiaffo alla sculacciata, come metodo correttivo. 
I genitori di oggi in media si descrivono come meno severi rispetto ai propri (il 59% di essi, percentuale che arriva al 68% fra i genitori con figli più grandi), apprezzano i valori trasmessi dai loro genitori, ma meno i sistemi educativi utilizzati che, seppur non autoritari, valutano troppo poco orientati al dialogo. In media, in una scala da uno a dieci, ritengono che il proprio grado di autorità nell’imporsi ai figli sia pari a 4,7, mentre la severità delle punizioni è pari a 4, il dialogo raggiunge un punteggio medio di 8,5 e il grado di autonomia dei ragazzi nel percorso di crescita sia di 7,4. 
Questo è quello che emerge se si chiede ai genitori italiani di valutare se stessi, ma nel momento in cui si chiede loro di valutare gli altri genitori, emergono figure troppo permissive e indulgenti con i figli (pari a 7 in una scala da 1 a 10), con un eccesso di affettività che a volte danneggia il bambino e ancora poco capaci di educare i figli al rispetto altrui (5,6), non in grado di utilizzare punizioni severe (3,8) o di imporsi in modo autoritario (4,1), con un impatto negativo sull’autonomia dei figli (5,5). 
Nonostante ci sia un atteggiamento incline a voler prendere un po’ le distanze dal passato, quando si riflette sull’attualità dei metodi utilizzati nella famiglia di origine dei propri genitori, quasi l’85% del campione li ritiene comunque non superati (il 55% pensa siano del tutto attuali). Anche coloro che hanno vissuto in famiglie dove il ricorso allo schiaffo era un pratica usuale, ripensando ai metodi educativi dei propri genitori ritengono che siano in parte ancora validi (44%) se non addirittura completamente (31%). 

La dimensione punitiva. Le misure efficaci e quelle solo violente
Se una punizione è necessaria, quelle più efficaci sono considerate l’imposizione di una restrizione (in media il 71% dei genitori), “sgridare i figli con decisione” (32%) e “costringerli a svolgere delle attività non gradite” (21%). Tuttavia, tra i genitori con figli da 3 a 5 anni, un 14% ritiene utile ricorrere alla sculacciata, percentuale che diventa del 10% per chi ha figli dai 6 ai 10 anni. 
Ma quanto frequentemente si fa ricorso a questi metodi? Sicuramente la pratica è molto ridimensionata rispetto ad un tempo, eppure permane una percentuale di genitori che utilizzano lo schiaffo come metodo correttivo (il 25%, di cui una parte più esigua pari al 2% lo fa quasi tutti i giorni, mentre il 23% lo fa qualche volta in un mese). Una media del 19% dichiara che non capita mai di ricorrere allo schiaffo e di essere decisamente contrario (percentuale che sale al 21% per i genitori di ragazzi adolescenti tra gli 11 ed i 16 anni), o di non utilizzarli quasi mai (57% in media, che sale al 70% in caso di figli più grandi). 
In situazioni limite, tuttavia, ben il 53 % dei genitori italiani dichiarano di ricorrere alla punizione fisica, percentuale che tra i genitori con bambini più piccoli sale al 63% e tra quelli di adolescenti scende al 40%. Il restante campione dichiara di non aver mai dato uno schiaffo ai propri figli, anche se di questi il 25% dichiara di averne avuto la tentazione. 
“Secondo quanto affermano i genitori italiani, in una parte della ricerca di Save the Children realizzata attraverso colloqui approfonditi di gruppo, la punizione fisica, quando utilizzata, sembra costituire un vero e proprio codice di comunicazione non verbale, il voler segnalare in modo inequivocabile che si è superato un limite estremo, ma è anche una risposta ad un momento di esasperazione, di spavento, il tentativo di uscire da uno stato emotivo sgradevole”, continua Valerio Neri. “Sia dalle risposte dei ragazzi, che da quelle dei genitori, comunque, emerge il disagio di fronte ad un “metodo educativo” che sicuramente non rappresenta quello più valido”. 
Dalla ricerca, inoltre, a testimonianza dell’inadeguatezza della punizione corporale come modo di risolvere un conflitto, emerge che in seguito allo schiaffo i genitori e i ragazzi hanno delle percezioni molto differenti: mentre i primi immaginano che il sentimento più forte provato dai figli sia quello del dispiacere, unito però alla consapevolezza di aver commesso un errore, per i ragazzi l’episodio viene sì vissuto con dispiacere per l’accaduto, ma la sensazione forte è quella di non essere compresi, piuttosto che rabbia e desiderio di rivalsa. 

Campagna di sensibilizzazione e introduzione del divieto di punizioni corporali in ItaliaIl Manifesto per un’educazione senza violenza promosso da Save the Children
In base alla persistenza, seppure ridotta rispetto al passato, delle punizioni corporali in ambito familiare, una campagna di sensibilizzazione all’utilizzo di metodi educativi improntati sul dialogo e non sulla violenza sarebbe accolta positivamente dal 66 % dei genitori italiani: per il 39% di essi, infatti, potrebbe far riflettere i genitori più maneschi e violenti, per il 27% conforterebbe quelli già propensi a questa linea improntata sulla genitorialità positiva. 
"Alla luce di questi dati, Save the Children, in linea con le sollecitazioni provenienti a livello europeo ed internazionale, intende promuovere anche in Italia un cambiamento culturale, che coinvolga tutti i principali attori delle Istituzioni, della società civile, del mondo dei media ed ogni singolo cittadino, volto alla tutela dei bambini contro qualsiasi atto di violenza, anche all’interno del contesto familiare e se utilizzato con intento educativo", ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale per l’Italia di Save the Children. 
"È per questo il 31 marzo, nel corso di una tavola rotonda che ospiterà i maggiori esperti nazionali ed internazionali in materia, Save the Children lancerà il primo Manifesto per un’educazione non violenta, che ad oggi ha già raccolto le adesioni di alcuni dei più prestigiosi esponenti della pedagogia, della neuropsichiatria infantile, del mondo giuridico e dell’associazionismo, e che intende essere la pietra miliare per un impegno concreto contro qualsiasi atto che sia degradante o umiliante per un bambino, per promuovere una cultura del rispetto della loro dignità umana ed integrità fisica e mentale”. 
Save the Children, inoltre, ritiene che richiamare espressamente il divieto di utilizzare punizioni fisiche nell’educazione dei figli, adeguando il dettato normativo, consentirebbe all’Italia di fare un ulteriore passo in avanti nella tutela dei minori, lanciando un messaggio chiaro ed innovativo, così come avvenuto in altri Paesi europei (3). 
Secondo la ricerca condotta, il 13% dei genitori intervistati ritiene questa legge fondamentale, il 26% la ritiene utile, anche se non prioritaria. Un altro 22% dichiara di non sentire assolutamente la necessità di una legge di questo tipo, mentre il restante 39% pensa che tale intervento normativo di questo tipo sia poco utile e che possa prestarsi ad interpretazioni ambigue. 
In generale, considerando l’insieme della popolazione italiana (quindi anche coloro che non hanno figli minori di 16 anni) e prima che qualsiasi forma di sensibilizzazione in materia sia stata effettuata, il 36% è aperto ad una legge del genere, mentre il 26% teme applicazioni discrezionali ed ambigue. Un 40%, infine, non ne sente il bisogno. 
“Nonostante la maggior parte dei genitori condanni l’uso di mezzi violenti per educare i figli, coloro che sono contrari alla legge temono la sua generalizzazione, l’uso indiscriminato, con il rischio di un suo eccessivo utilizzo”, continua Valerio Neri. 
Questa percezione negativa riguarda il 15% dei genitori, secondo i quali un intervento volto a introdurre il divieto di utilizzo di metodi educativi basati sulla violenza rappresenterebbe un’ingerenza dello Stato all’interno delle relazioni familiari che violerebbe l’intimità delle mura domestiche. Questo desiderio di non intromissione nelle dinamiche familiari è dimostrato anche dal fatto che, dinanzi ad un errore eccessivamente grave da parte dei figli, viene tollerato che il proprio coniuge dia uno schiaffo al figlio (81% tra i genitori dei bambini piccoli), ma molto meno tollerato se sono i nonni a farlo, già considerati “esterni” al nucleo familiare primario (45% sempre fra i genitori di bambini piccoli). 
“L’obiettivo di Save the Children non è quello di colpevolizzare i genitori, ma anzi di aiutarli, dimostrando che è possibile mantenere disciplina ed autorevolezza attraverso sistemi educativi che non concepiscano la violenza come modo di risoluzione di un conflitto. È per questo – afferma Claudio Tesauro, Presidente per l’Italia di Save the Children - che chiediamo alle Istituzioni competenti di farsi promotrici di una campagna di sensibilizzazione e informazione sulla genitorialità positiva e al Parlamento di approdare in tempi brevi ad una riforma normativa, che vieti espressamente le punizioni corporali in ambito familiare, allineando di fatto l’Italia agli altri Paesi europei che hanno già adeguato la propria normative interna.”

Nel convegno che si è svolto a Las Palmas di Gran Canaria nel 2010 sulla Salute Primale, cioè dal concepimento al primo anno di vita, si è parlato di molti argomenti importanti. Intanto il tema degli ormoni, che sono causa e conseguenza di molte reazioni fisiche durante

 

Si è svolto nell’ultimo weekend di febbraio, nello splendido scenario dell’auditorium di Las Palmas di Gran Canaria, il convegno che ha visto convergere professionisti e appassionati della nascita da tutti gli angoli del mondo. Circa 1.000 convenuti, da tutta Europa, principalmente dalla Spagna, che ospitava, ma noi abbiamo incontrato e scambiato chiacchiere e considerazioni anche con persone provenienti dal Sud America (una presenza grossa dal Brasile), dagli Stati Uniti, dall’India, da Israele.

Il convegno era entusiasmante. Voluto ed organizzato da Michel Odent, aveva un taglio fortemente scientifico ed era pensato per medici ed ostetriche principalmente.

Gli ormoni…una sorta di Deus ex machina?

Il tema a mio avviso che è maggiormente emerso è che le nostre azioni, i nostri comportamenti, le reazioni, gli atteggiamenti, sono fortemente legati ad un aspetto chimico che riguarda il nostro corpo: gli ormoni.

La produzione e il livello degli ormoni, nella madre e nel bambino, nei primi mesi di vita, possono essere sia la causa che la conseguenza di reazioni fisiche che determinano il grado di salute nello sviluppo fisico, psichico ed emotivo.

Questa è una nuova frontiera di studi scientifici che vengono intrapresi in varie università e relativamente a vari ambiti perinatali (ma anche non perinatali): il travaglio e il parto (somministrazione di farmaci, ormoni sintetici, analgesia, modalità del parto, etc.) e la cura del neonato (la separazione madre bambino, il tipo di cure erogate al bebè, etc.).

Ciò che è estremamente interessante è che certi temi che per alcuni risultano intuitivamente ovvi e per altri appaiono ininfluenti dal punto di vista degli esiti fisici e di salute, come il contatto pelle a pelle, il rispetto della fisiologia della nascita, etc. sono ora analizzati con rigorosi approcci scientifici di misurazione su vasta scala di parametri vitali e non. Il riscontro di queste misurazioni e analisi mostra che modalità diverse, che in apparenza hanno esiti simili (es. dati due neonati, nati sani, ma in modalità diverse: taglio cesareo vs parto vaginale, o vaginale indotto con ormoni sintetici o non indotto, o vaginale con anestesia farmacologica o senza, etc.) in realtà mostrano indicatori diversi sia nella madre che nel bebè, in termini di capacità di termoregolazione, livelli ormonali, indicatori di adattamento, che appaiono avere delle correlazioni con la tendenza a sviluppare patologie, o sviluppo di abilità cognitive diverse nel corso della vita.

La diade mamma bebè: contatto pelle contro pelle

Grazie alla estensiva dissertazione e alle evidenze sul tema dell’impatto ormonale sul benessere di madre e bambino, impatto ormonale scatenato dal rispetto o meno della fisiologia, mi pare che un grande insegnamento per i medici presenti sia stato: l’importanza del contatto pelle a pelle tra madre e neonato. I risultati scientifici delle ricerche sono tali da mostrare un’efficacia incomparabile nel trattare i neonati prematuri con la marsupio terapia (cangaroo mother care), ovvero il contatto pelle contro pelle del bambino con la madre in particolare, rispetto all’uso delle incubatrici, ad es., ma anche in assoluto su neonati che non presentano prematurità. Il contatto pelle a pelle con il padre non risulta efficace come quello con la madre, perché la madre ha assetti ormonali “sintonizzati” sul bebè che consentono una capacità di regolazione che risulta ottimale per l’adattamento metabolico e lo sviluppo del bambino, non si rileva altrettanto con il padre.

L’episiotomia: la mutilazione dei genitali femminili non è solo in Africa …

Tra gli ospiti, Michael Stark, padre della moderna e più sicura tecnica del cesareo, è intervenuto su due temi: l’episiotomia e il taglio cesareo.

Sull’episiotomia, il taglio per allargare l’orifizio genitale femminile durante il parto, in un intervento in cui ogni slide era supportata dai riferimenti agli studi più recenti, conclude che nessuna delle ragioni che hanno portato negli anni all’introduzione dell’episiotomia (avvenuta nel 19° secolo) è risultata nei fatti avvalorata. L’episiotomia sembra una pratica che si sta riucendo a livello mondiale, ma numerosissimi sono ancora gli ospedali dove è praticata di routine, e raggiunge tassi del 70%. Inoltre viene in moltissimi posti utilizzata, anche se non in modo ufficiale, come tecnica per insegnare la sutura ai giovani chirurghi…

Ormai esistono 25 anni di storia documentata in cui emerge che: l’episiotomia non salva il perineo, previene lacerazioni di 1° e 2° grado, ma aumenta il rischio di lacerazioni di 3° e 4° grado. Inoltre l'episiotomia non evita il prolasso delle pelvi, le evidenze non mostrano riduzioni della durata del periodo espulsivo, né migliori apgar, aumenta le perdite ematiche e quindi il ricorso a trasfusioni, incrementa la morbilità materna, aumenta il dolore e la dispanuria post partum e la richiesta di taglio cesareo elettivo nel parto successivo.

In alcuni paesi (Brasile e Messico ad es.) vi è l’abitudine al cosiddetto “husband stitch” cioè “il punto di sutura del marito”, cioè il perineo viene cucito con un punto in più, rispetto all’originale fisiologia, per ridurre l’apertura della vagina, questo garantirebbe un maggior piacere al maschio nel rapporto sessuale… questa testimonianza è stata portata dalle ostetriche di quei Paesi.

Il Taglio Cesareo non è un'alternativa al parto vaginale

Sul Taglio cesareo, Stark, che ha 2 figli e 3 nipoti, tutti nati da parto vaginale, afferma che il taglio cesareo non è un’alternativa al parto per via fisiologica, e che una richiesta di taglio cesareo elettivo da parte di una donna, in genere giunge perchè i medici che hanno affiancato la donna non sono stati in grado di cogliere le sue vere esigenze e di spiegare la vera natura e le implicazioni del taglio cesareo, i benefici del parto fisiologico e offrirle un’assistenza adeguata.

La sua è stata una vera e propria lezione sulla tecnica corretta per eseguire un taglio cesareo.

Stark afferma che in un futuro molto vicino, il taglio cesareo sarà l’unica occasione per un medico di vedere un’operazione in laparotomia, perchè ormai la chirurgia si avvia verso l’utilizzo di tecniche robotiche che utilizzano sonde che non necessitano di aprire il corpo del paziente, ma entrano attraverso i vari orifizi.

Aderenze per la mamma e cicatrici sul neonato: spie di taglio cesareo non ben eseguito.

Il postulato di partenza, per Stark, è che il taglio cesareo è un intervento che, come qualsiasi altro, necessita di una cura ad ogni minimo dettaglio. Sono cruciali anche dettagli in apparenza insignificanti, come, ad es., in quale posizione il chirurgo deve operare, rispetto alla paziente, a seconda che sia mancino o destrorso, in quale verso vada infilato l’ago per ricucire, etc. Perché i dettagli hanno un grosso impatto in termini di traumi che possono generare complicazioni (es. lacerazioni maggiori di quelle necessarie, lesioni della vescica, etc.), e vanno pianificati con cura e conosciuti per meglio agire nelle situazioni di emergenza, dove è più difficile fermarsi a riflettere.

Dalla sua lezione e dalle conclusioni espresse, è inoltre emerso che la formazione di aderenze post cesareo, come il taglio involontario del neonato, sono il risultato di un uso non corretto della tecnica di cesareo. In particolare le evidenze scientifiche mostrano che le aderenze non sono correlabili ad alcun tratto caratteristico della persona (tipo di tessuti, anamnesi, etc.), mentre sono correlate al tipo di tecnica utilizzata.

Il Grande Assente: il taglio ritardato del cordone ombelicale

A mio avviso il grande assente è stato il tema degli effetti del taglio del cordone (taglio immediato, ritardato o non taglio). Tutti i professionisti, a fronte della domanda, affermavano che l’evidenza scientifica e la buona pratica impongono di attendere almeno 3 minuti prima del taglio del cordone. Nel caso degli Stati Uniti si afferma che ciò viene fatto a meno che non vi sia necessita’ di rianimazione del bambino.

Il Pediatra brasiliano Professor Ricardo Chavez, in una tavola rotonda, ha trattato il tema del taglio del cordone e ha suscitato la domanda su come comportarsi tra donazione del sangue del cordone, che impone il taglio immediato e il taglio ritardato. Chavez ha affermato che occorre interrogarsi molto anche sul business che si è ingenerato intorno alla conservazione del sangue cordonale, che le evidenze scientifiche sono molto chiare nell’affermare che la riserva di sangue della placenta ha un valore importante per la salute del neonato, che la donazione pertanto abbia senso quando c’è un membro della famiglia in età pediatrica che potrebbe beneficiarne. In caso contrario, quel sangue serve soprattutto per la costruzione della salute del bambino a cui appartiene.

Stark afferma che nei taglio cesareo lui recide subito il cordone, che non vi sono studi al momento sul tema del taglio del cordone nel parto cesareo, ma che vi sono medici che stanno sperimentando il taglio ritardato.

Resoconto a cura dell’Associazione Parto Naturale (www.partonaturale.org)

Iscriviti alla newsletter

Leggi la nostra informativa su Privacy e Trattamento dati

www.GenitoriChannel.it è gestito da Ta-Daaa! Srl - Via Fratelli Rosselli 6 20090 Trezzano sul Naviglio (MI) P.Iva e CF 06936140968

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione, gestire la pubblicità e compiere analisi statistica del sito. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.