Contro gli asili nido!

 

libro contro gli asili nidoDa NoiDonne.org di Tiziana Bertolini

Paola Liberace parte dalla sua esperienza di mamma e spiega perchè il ricorso al nido sia oggi inevitabile ma al tempo stesso profondamente sbagliato, così come è un errore continuare a perseguire l’obiettivo di incrementare tale servizio. Sottolinea inoltre che nonni, tate o baby sitter sono soluzioni estemporanee, insufficienti o troppo costose per essere praticate.

Ma è proprio vero, si chiede, che gli asili nido rappresentano l’unica possibilità per le donne che lavorano?

Davvero non esistono alternative alla separazione “dal proprio bambino di pochi mesi per nove o dieci ore al giorno?

A tali considerazioni Liberace aggiunge che per fronteggiare “l’emergenza educativa” è decisivo che la famiglia torni ad assumere “le sue responsabilità educative” anche per porre madri e padri pienamente di fronte “all’onere della genitorialità”, tra cui - al primo posto - la libera scelta di come gestire la delicata fase da zero a tre anni.

 

Lo scenario è di uno Stato “veramente liberale che consenta un’effettiva pluralità di opzioni senza intervenire per dirigere la preferenza in base ai propri piani” perchè “nessuna altra esigenza - collettivista, produttiva, emancipazionista - può essere anteposta al diritto dei bambini di crescere nell’equilibrio e nella serenità, che nessuna legge sancisce”.

Dunque è (stato) sbagliato da parte dei movimenti femminili e femministi puntare sugli asili nido, obiettivo fallito sia perchè le leggi sono rimaste sulla carta e sia perchè - dati alla mano - i nidi non sono una risposta soddisfacente ai bisogni delle donne che lavorano. L’autrice esprime un punto di vista pragmatico, in polemica con i dogmatismi e la “cultura consacrata del Sessantotto”, come scrive Valentina Aprea nella prefazione.

Questo agile libro (Contro gli asili nido, ed Rubettino, pagg 82, Euro 10,00) ha il merito di affrontare un tema complesso avanzando delle proposte. Ha però il demerito di addossare al ‘femminismo’ la responsabilità di un “pensiero unico” (difficilmente rintracciabile nella odierna società) e di negargli un riconoscimento per aver contribuito a scuotere le arcaiche consuetudini italiane che negavano libertà elementari alle donne.

L’autrice esamina modelli organizzativi di altri Paesi, cita ricerche e avanza proposte ‘su misura’ per l’Italia. Flessibilità è la parola chiave intorno alla quale ruotano varie ipotesi finalizzate alla “personalizzazione degli schemi di occupazione e previdenza”. Job sharing e part time dovrebbero diventare un diritto sancito per legge in modo che le aziende abbiamo l’obbligo di concedere riduzioni di orario. Innegabili i vantaggi del telelavoro per i/le dipendenti e la leva fiscale sarebbe l’argomento vincente per superare le “resistenze di carattere essenzialmente culturale” delle aziende.

“L’anno familiare” consentirebbe di assentarsi dal lavoro per uno o due anni da recuperare nel corso della vita lavorativa; la sospensione della retribuzione sarebbe compensata dalla facoltà di chiedere anticipazioni sul TFR. Il ‘no’ a forme di assistenzialismo è netto e l’idea è che lo Stato “attraverso la leva legislativa” si limiti “a creare le condizioni di legittimità perchè i genitori lavoratori, rimanendo tali, possano stare accanto ai figli nel periodo della prima infanzia”.

Le proposte sono condivisibili, ma osserviamo che tra i protagonisti di questa auspicabile ‘rivoluzione culturale’ gli imprenditori appaiono quelli meno disponibili, se si considera che la flessibilità contrattuale invece di aprire nuove opportunità ha prodotto un diffuso precariato soprattutto per i/le giovani, che nelle aziende devono obbedire e nulla possono chiedere.

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