Separare il bambino dalla mamma crea una ferita per tutta la vita

Una bellissima intervista che ha come protagonisti la psicologa Giuliana Mieli, autrice de Il bambino non è un elettrodomestico, e il filosofo, giornalista e scrittore Umberto Galimberti.

Al centro della condivisione l’affettività, come elemento essenziale alla crescita e alla maturazione dell’individuo, l’educazione affettiva, oggi inesistente, e il “prendersi cura”, come condizioni e strumenti indispensabili per superare le crisi e le perversioni della società di oggi, la maternità e la paternità come momenti fondamentali, fin dal concepimento, per rispondere ai bisogni affettivi.

Oggi c'e' la tendenza a pensare al bambino con sospetto, come ad un dispotico furbetto e manipolatore. Così ci disponiamo a non assecondare i neonati, nel timore di diventare schiavi di loro cattive abitudini e capricci. Ma la realtà è che il neonato esprime il suo bisogno di crescita, oltre che fisica, affettiva e psicologica e per questo va ascoltato.

Dice Giuliana Mieli "Quando uno non ha avuto l’amore primario lo cerca tutta la vita".

Il contesto sociale in cui viviamo finisce per essere difficile quando si diventa genitori, per la mamma, il papà e il bebè. Ognuno si ritrova a vivere disagi e frustrazioni dovuti ad una vita frenetica e un po' strampalata. Si concepisce il bambino come un intruso.

Il problema della separazione tra la mamma e il bambino, non viene considerato tale. Il riconoscimento del valore della donna è principalmente sul suo ruolo di lavoratrice, non sul lavoro di cura del bambino. La donna, privata della sua identità di soggetto produttivo, è sola e senza supporti durante il periodo in cui e' a casa con il bambino. Il papà non ha chiare le dinamiche di crescita e mutamento affettivo e psicologico che avvengono nella sua compagna e nel bambino e quindi non capisce in che modo giocare il proprio ruolo.

Il disagio nel dopo parto viene considerato una malattia da curare e da riportare a normalita’: la realta’ e’ che il disagio segnala sì che qualcosa non va, ma spesso il problema e’ legato a un fatto reale ed oggettivo: ad esempio l'esigenza di tornare a lavorare a 3-4 mesi del bebè, separandosi da lui... allora forse il problema da curare non sta nella donna, che reagisce in modo biologico all'avvenimento, cioe' con un disagio, ma nel sistema.

Giuliana Mieli dice con chiarezza: "La depressione post partum NON esiste, esistono donne che hanno una fragilità pregressa, magari, e che davanti al lavoro oneroso, solitario e difficile della maternità, in questo contesto sociale, crolla." Ma allora le componenti sono due: la grande fatica della maternita’, ma anche l'immaturità emotiva ad affrontarla, che e' sempre piu' presente nella nostra società e che forse è alla base anche del problema di infertilità così dilagante in questa nostra società.

 

di Barbara Siliquini 

Barbara Siliquini

Da single impenitente, affamata di vita, girovaga del mondo, donna in carriera, sono diventata una mamma allattona, spesso alternativa e innamorata del grande universo della nascita dolce, dell'alto contatto, della vita consapevole. Così è nato GenitoriChannel, per condividere con tutti: i dubbi nell'essere genitori, le scoperte, l'idea del rispetto come primo valore della genitorialità, i trucchi per vivere il quotidiano con leggerezza e con consapevolezza.

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