Alcune riflessioni sul ruolo di zii e parenti nel trasmettere valori, comportamenti e linguaggio ai più piccini...
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Un celebre slogan parla di “quando nasce una mamma”. Mai gioco di parole fu più azzeccato, ma decisamente troppo sintetico per i miei gusti. Alla nascita di un bambino non sono solo i genitori a ritrovarsi a vivere un nuovo ruolo, ma compiono la stessa trasformazione anche i nonni, gli zii, i cugini, in modo via via sempre meno consapevole all’aumentare del grado di parentela.
Mi chiedo quanto gli zii si rendano conto del loro nuovo ruolo all’arrivo di un nipotino. In molte famiglie rivestono una figura importante: spesso coetanei dei genitori (almeno agli occhi dei bambini), più easy dei nonni, più simili a mamma e papà, ma senza averne la stessa autorità – e quindi senza doverli combattere.

Nel parlare comune spesso trovano posto le parolacce usate per rafforzare le nostre espressioni. Gli adulti dovrebbero aver acquisito la percezione del turpiloquio, ed in base a questa consapevolezza impiegare il linguaggio colorito solo in alcune circostanze (informali, con gli amici etc…), ma non dovrebbero diventare una componente normale del linguaggio. Di questo viene da dubitare alla luce di alcuni programmi in tv o addirittura nell’uso frequente in campo politico.

Nell’adolescente la parolaccia permette una immediata espressione di sé e dei propri sentimenti, ostentando pubblicamente la pro­pria interiorità. Per qualche parolaccia non ci si può scandalizzare, ben diverso se l’adolescente si esprime unicamente con esse o con oscenità. L’uso che ne fanno non è additabile unicamente ad un minor rigore sociale (scuola, famiglia, Chiesa) che perde questa sua funzione di arginare la volgarità, ma ad una profonda insicurezza nei rapporti con gli altri.

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