I bambini hanno bisogno di contatto...e le mamme?

By Maggio 08, 2014

 Maternage ad alto contatto nella nostra cultura.

Abbiamo visto nell'articolo precedente cos'è l'alto contatto e perchè sia così fondamentale per il benessere psicofisico dei bambini.

Ora però viene da chiedersi: come si concilia tutto ciò con la nostra cultura e con la quotidianeità che ne consegue?

In una società come la nostra, cosiddetta “a basso contatto”, secondo la quale mamma e bimbo vengono separati alla nascita con tagli di cordone precoci, sistemazione in nursery, allattamento ad orari e per per pochi mesi, sonno non condiviso, distacco precoce per favorire il rientro lavorativo della mamma... come si vive, in una cultura di questo tipo, un maternage ad alto contatto?

L’alto contatto ha bisogno di un “Villaggio”

L’etnopediatria diffusa recentemente da Elena Balsamo, nella sua descrizione di culture ad alto e basso contatto, insiste decisamente sulla presenza del “villaggio”, inteso come “rete di sostegno” alla madre e al padre nell’accudimento ad alto contatto del bambino.
Nei villaggi africani, dove i bambini vengono “indossati” per mesi, le donne, ma anche i fratelli maggiori, condividono la “fatica” del portare i piccoli. Si passano il bambino di schiena in schiena, in una rete di sostegno, presenza e affiatamento, che non lascia mai soli mamma e papà.
Un noto proverbio afferma che “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, e mai realtà è stata tanto vera.
Una madre che allatta a richiesta, è vicina al suo piccolo sempre, notte e giorno, ora dopo ora, allattando ogni qualvolta ce ne sia bisogno.
Affinchè questo sia vissuto in modo sereno e positivo, è necessario che ci sia qualcuno che si faccia carico della madre stessa.

Una madre può dare tanto quanto riceve.

Tanto più c’è una rete forte che la sostiene, che si occupa delle faccendo domestiche al posto suo o insieme a lei, che si preoccupa del suo nutrimento, e che la aiuta nella gestione dei fratellini maggiori, tanto meglio questa madre potrà e saprà essere punto di riferimento continuo e costante per il proprio bebè. Caregiver attento e consapevole, tanto quanto prevede la su citata “teoria dell’attaccamento”.

“Nelle culture tradizionali di tutto il mondo non sono soltanto i genitori ad occuparsi dell’educazione del bambino... ma esiste un sistema di accudimento definito multiple caretaking: i piccoli fin dalla nascita passano di braccia in braccia e vengono curati e coccolati da tutti... crescono essendo parte di un’intera catena di rapporti dove si dà e si riceve” (E.Balsamo, Sono qui con te, Leone Verde, 2007), per maggiori info sull’etnopediatria e le società ad alto e basso contatto.

L’alto contatto dovrebbe essere condiviso

Dormire insieme, o nella stessa stanza, prevede un accordo, un patto tra marito e moglie. Prevede una visione dell’accudimento univoca e condivisa.
Prevede la consapevolezza di ritagliarsi momenti di affettività e vicinanza fisica anche al di fuori della classica alcova (camera matrimoniale), prevede una sintonia e una flessibilità molto forti, da condividere, forse, ancora prima del matrimonio.
Il maternage ad alto contatto, nella specificità della nostra società italiana, prevede anche una complicità a livello familiare non indifferente. Una condivisione di obiettivi e di stili che coinvolge necessariamente anche i nonni.
Presenti più delle amiche, più dei gruppi di pari, i nonni rivestono nella nostra cultura un ruolo fondamentale.
Da un lato svolgono, da soli e tra mille difficoltà, la funzione di villaggio di cui sopra, ma dall’altro spesso si scontrano con modi di accudimento tanto diversi da quelli cui loro erano abituati.
Se nonni e genitori non remano dalla stessa parte, la barca prima o poi rischia di affondare.
Altra enorme difficoltà è quella del ruolo sociale e lavorativo rivestito dalle donne di oggi nella nostra cultura.
La donna non è riconosciuta nel suo ruolo di madre, anzi.
Purtroppo, in una società attenta al solo guadagno economico, l’investimento emotivo ed intenso nell’allevamento e nell’educazione di un figlio, sono considerati poco più di nulla.
Scarsissimi gli interventi a favore della maternità, praticamente nulli i riconoscimenti emotivi ed economici nei confronti di un “lavoro” tanto intenso e tanto importante.
Una mamma ad alto contatto, lasciata prevalentemente sola, in una famiglia dove deve giustificare in ogni momento il suo stile di accudimento, scontrarsi contro i vecchi modelli proposti dai nonni, affermare le proprie scelte nei confronti di un partner a volte poco informato e disattento, non riconosciuta nè da amici nè da colleghi nel suo importante ruolo di madre, ben presto può crollare.
Alto contatto non dovrebbe essere sinonimo di “unica responsabilità per tutto ed in ogni cosa della madre”. Alto contatto dovrebbe essere, invece, alta condivisione ed alto sostegno. Alto investimento economico e sociale. Alto rispetto ed alto riconoscimento.
Solo in questo modo l’alto contatto non rischia di trasformarsi, ad un certo punto, in alto sacrificio.

L’alto contatto dovrebbe crescere insieme al bambino

Molte “mamme ad alto contatto” vivono molto bene questa esperienza, fino ai primi 10/12 mesi di vita del piccolo, poi, quando l’istinto evolutivo spinge il bambino verso un’altra fase, e lo conduce al di fuori delle braccia materne, queste stesse mamme, a volte, non riescono ad evolvere in sintonia con i propri cuccioli.
Alcune tendono a mantenere un eccessivo contatto con il bambino, limitandone molto le sperimentazioni o non riuscendo a rispondere ai loro nuovi bisogni, con modalità nuove ed adeguate; altre, al contrario, iniziando a sentirsi le braccia un po’ più leggere e a percepire un maggiore desiderio di libertà, fanno molta fatica ad accettare e vivere serenamente i fisiologici momenti regressivi del bambino tipici del secondo anno di vita, e tendono quindi a limitare improvvisamente e drasticamente le manifestazioni e le richieste di contatto, di qualsiasi tipo. il “rifiuto” del contatto.
Il maternage ad alto contatto risponde ad un bisogno innato, fortissimo, indispensabile per il benessere psicofisico del bambino piccolo.
Ma lo stesso maternage rischia di fallire , dopo il primo anno di vita, qualora la donna ne diventi l’unica dispensatrice e l’unica responsabile.
Il carico di lavoro fisico e mentale riservato ad una madre lasciata sola in questo compito può essere davvero eccessivo, e alla prima occasione può crollare.
Mamme che hanno davvero creduto e vissuto l’alto contatto per parecchi mesi, sono capaci poi di passare all’esatto opposto nel giro di poche settimane.
Donne che hanno sempre risposto in modo attento, immediato e intenso ai bisogni del proprio bebè, coinvolgendo completamente anima e corpo in questa risposta, rischiano di non avere più nulla da dare.
Di sentirsi prosciugate e non più in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni del bambino che cresce.
Questi comportamenti non sono riprovevoli o da “cattiva mamma”. Sono comprensive reazioni di chi non ce la fa più e non sa cosa sta accadendo e come uscirne. Non sono la conseguenza dell’alto contatto. Sia ben chiaro.
Sono la conseguenza di un’alta solitudine ed un eccessivo carico di responsabilità non condivisa.
Quasi sempre, il bimbo che non dorme più, il piccolo che cerca il seno con ossessione, il bambino che non può fare a meno di stare avvinghiato alle gambe della propria madre, è un bimbo insicuro che ha solo bisogno di tante conferme.
E’ un bambino, abituato ad avere una mamma serena e fisicamente sempre presente, che, improvvisamente si sente abbandonato, disorientato, di fronte a quel loro stesso caregiver di sempre, che appare ora così tanto diverso.

L'eccesso di contatto

Con l’”eccesso” di contatto al contrario, una mamma che ha sempre vissuto la propria maternità ad alto contatto come una vera e propria “forma di investimento” totalizzante sul bambino, rischia di non vedere il bimbo crescere sotto i suoi occhi.
Oppure corre il rischio di considerare quella che prima era la risposta perfetta per ogni problema (il contatto fisico, la ciucciatina al seno, il portare in fascia) come sempre valida in ogni circostanza e in ogni tempo.
L’errore non sta nella risposta, ma nel cosiderarla l’unica sempre.
Può capitare alle mamme che lavorano da casa, o alle libere professioniste, o a chi ha più figli.
Spesso si pensa che il solo fatto di essere fisicamente vicini sia sufficiente.
Questo è sicuramente valido per un bebè di pochi mesi, quando il suo bisogno più grande è davvero il contenimento e la presenza fisica costante della mamma.
Ad un bambino di 18 mesi e oltre, questo non basta più.
La mamma non può essere presente solo con il suo corpo, vicina e con il seno a disposizione, ma deve essere presente anche con la sua attenzione, con le sue azioni, con le sue parole.
Quando un bambino manifesta il suo disappunto per una mamma che è presente fisicamente, ma sta “pensando” ad altro (pc, telefono, altri bambini...) non è un bambino che ha bisogno necessariamente di essere preso in braccio e poppare, molto più probabilmente ha bisogno di essere ascoltato, di essere accompagnato attivamente nel gioco, di avere uno scambio relazionale più complesso.
Certo il bimbo si calma sempre al seno e sta molto bene tra le braccia della mamma, ma questa piacevole abitudine, se non è accompagnata anche dalla adeguata risposta al reale bisogno del bambino, rischia di non essere sufficiente o di creare confusione e insicurezza nel bambino.

Leggi anche:

L'evoluzione della genitorialità ad alto contatto nella crescita dei bambini

di Silvia Colombini
Educatrice, Consulente in allattamento IBCLC, mamma, sito www.latte-materno.com

Immagine di agsaran su flicr.com

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